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Di barbe e aquiloni

Sì, abbiamo sempre la facoltà di scegliere, ma non siamo liberi di farlo perché subiamo le conseguenze delle nostre scelte.

Nella Chiesa siamo benedetti con bambini, giovani e adulti di grande fede. Ammiro la loro disponibilità ad avere fede e a obbedire anche e soprattutto quando non hanno una conoscenza perfetta, perché “la fede non è l’avere una conoscenza perfetta delle cose; perciò, se avete fede, sperate in cose che non si vedono, ma che sono vere.” (Alma 32:21)

La loro fede è esemplificata dalla vita di Ephraim K. Hanks, un giovane pioniere che aiutò la Chiesa a stabilirsi nello Utah.

Il motivo per cui mi piace ricordare Ephraim Hanks però è la sua disponibilità a obbedire al Signore e a seguire i dirigenti della Sua Chiesa, anche quando non ne conosceva o non ne capiva il perché.

Questo video di tre minuti, tratto dal film Ephraim’s Rescue, racchiude l’essenza del carattere di Ephraim Hanks.

  

A Ephraim Hanks fu chiesto di radersi la barba da un dirigente che aveva la barba. Lui fu l’unico a cui fu fatta una tale richiesta in un’epoca in cui era normale, quasi decoroso, portarla. Ephraim avrebbe potuto rifiutarsi o almeno chiedere spiegazioni.

Ma Ephraim Hanks aveva “consegnato il suo cuore a Dio.” (Vedere Helaman 3:35) Quando il presidente Brigham Young gli chiese di tagliarsi la barba, senza dargli alcuna spiegazione del perché della richiesta, Ephraim non ci pensò due volte e diede seguito alla richiesta. Quest’uomo aveva a cuore ciò che il Signore voleva che facesse più di quanto aveva a cuore ciò che egli stesso avrebbe voluto fare. Tramite questa e altre esperienze simili, il presidente Young imparò a conoscere il carattere di Ephraim Hanks e comprese che era un uomo disposto a obbedire al Signore e ai Suoi servitori a prescindere dalla natura della richiesta. Il presidente Young concluse che Ephraim Hanks era un uomo a cui — il Signore — avrebbe potuto affidare le missioni più importanti.

La sorella Patricia Pinegar, già presidentessa generale della Primaria, ha raccontato l’esperienza significativa di un bambino che andò nel parco con suo padre a far volare un aquilone.

“Quella era la prima esperienza del bambino con un aquilone. Suo padre lo aiutava e, dopo alcuni tentativi, l’aquilone si innalzò nel cielo. Il bambino correva e lasciava scorrere altro spago, sì che l’aquilone presto volò alto nel cielo. Il bambino era molto emozionato e l’aquilone era bellissimo. Alla fine, quando non rimaneva più spago per consentire all’aquilone di alzarsi ancora più in alto, il bambino disse a suo padre: ‘Papà, tagliamo lo spago e lasciamo che l’aquilone voli più in alto. Voglio vederlo scomparire su tra le nuvole’.

Suo padre disse: ‘Figliolo, se tagliamo lo spago l’aquilone non salirà più in alto’.

‘Sì che lo farà’, rispose il bambino. ‘Lo spago sta trattenendo l’aquilone; lo sento!’ Il padre consegnò il taglierino al figlio, il quale tagliò lo spago. Dopo pochi secondi l’aquilone cominciò a sbandare e andò qua e là, finché cadde a terra completamente rovinato. Fu difficile per il bambino capire cos’era accaduto. Egli era convinto che fosse lo spago che tratteneva l’aquilone.

I comandamenti e le leggi di Dio sono come lo spago dell’aquilone. Ci conducono e ci guidano verso l’alto. L’obbedienza a queste leggi ci dà pace, speranza e guida.” (Patricia P. Pinegar, “Pace, speranza e guida”, Conferenza generale, ottobre 1999; La Stella, gennaio 2000, 79–82).

Mi piace molto questa semplice storia perché spiega, in un modo comprensibile anche a un bambino, l’importanza dei comandamenti e delle regole.

Lo spago che tiene l’acquilone può non essere del nostro colore preferito o del materiale che avremmo desiderato, ma la sua importanza è vitale. Sebbene la nostra attenzione sia sull’aquilone e la nostra gioia stia nel vederlo librarsi in cielo, la funzione svolta dallo spago è di vitale importanza: è lo spago che permette alla gioia di vedere l’aquilone librarsi in cielo di realizzarsi.

Se non fosse per l’ancoraggio garantito dallo spago, l’aquilone non potrebbe essere libero di alzarsi in cielo. Un aquilone non ancorato allo spago resterebbe a terra e non sarebbe libero di volare.

Allo stesso modo, se non fosse per l’ancoraggio garantito dai comandamenti, noi non saremmo liberi di godere della gioia promessa per l’obbedienza. Quando non obbediamo, diventiamo soggetti al peccato e non siamo liberi da esso.

Guardando l’aquilone caduto a terra continuare a muoversi per qualche metro spostato da una folata di vento, alcuni pensano che non obbedire ai comandamenti ci permetta di progredire e di essere liberi di muoverci a piacimento.

Nella realtà però l’aquilone spostato dal vento per qualche metro ricade presto e ogni volta sempre più distruttivamente proprio perché in balia del vento.

Allo stesso modo, quando non obbediamo ai comandamenti, il senso di libertà ci fa credere di star progredendo, ma presto arriva la consapevolezza di essere in balia degli eventi senza poter realmente volare grazie alla guida della mano di Colui che desidera vederci volare e vuole aiutarci a realizzare il nostro potenziale.

L’avversario usa tutte le sue forze per convincerci che se obbediamo ai comandamenti non siamo liberi, quindi per essere liberi dobbiamo fare ciò che vogliamo. Giocando sulle parole, il nemico della nostra felicità professa proprio il contrario della realtà.

                                    

L’anziano Massimo De Feo lo ha spiegato in termini semplici quando ha insegnato la differenza tra l’“essere libero” e “avere facoltà di”. Ha chiarito che quando qualcuno dice di “essere libero” di scegliere di fare questo o quello, o di obbedire o meno a un comandamento o a una regola, in realtà ciò che davvero intende dire è che ha la facoltà di scegliere se obbedire o meno. Infatti possiamo sempre scegliere, ma non siamo mai liberi dalle conseguenze delle nostre scelte. L’anziano De Feo ha illustrato il principio con un esempio molto semplice e al tempo stesso molto chiaro: abbiamo la facoltà di scegliere di ignorare un divieto di balneazione per presenza di squali, ma non siamo liberi di nuotare in quelle acque perché saremmo subito attaccati dagli squali.

Sì, abbiamo sempre la facoltà di scegliere, ma non siamo liberi di farlo perché subiamo le conseguenze delle nostre scelte.

Sicuramente è più facile obbedire quando se ne conosce il perché e quando la relazione tra la disobbedienza e la conseguenza è diretta e palese: chi non usa droghe se ne astiene perché conscio delle conseguenze mortali; chi non fuma se ne astiene perché sa che il fumo è la causa del 10% dei decessi prematuri nel mondo; chi non guida ubriaco non lo fa perché sa che andrebbe incontro a morte certa.

Quando però il nesso di causalità è meno evidente e immediato, obbedire diventa più difficile. La difficoltà nasce dall’incapacità di vedere il collegamento tra l’obbedienza e le benedizioni, o tra la disobbedienza e le conseguenze negative. Per esempio per i bambini è difficile accettare che mangiare frutta e verdura è necessario per la loro salute, non comprendendo il nesso tra le due cose a causa del fatto che le conseguenze —̶  sia quelle positive che quelle negative — non sono immediate.

Il Libro di Mormon aiuta a capire il motivo della disobbedienza e del mormorare di Laman e Lemuele: “E così Laman e Lemuele […] mormoravano […] perché non conoscevano le vie di quel Dio che li aveva creati.” (1 Nefi 2:12)

Allo stesso modo molti mormorano e decidono di non obbedire quando non comprendono il motivo per il quale viene chiesto loro di fare o di non fare qualcosa, perché — come Laman e Lemuele — non conoscono le vie del Signore.

Quando siamo davanti al dubbio, possiamo prendere conforto dalle Scritture, che ci insegnano: “E sotto a questo Capo siete resi liberi, e non vi è nessun altro capo dal quale possiate essere resi liberi.” (Mosia 5:8) “E in questo modo li metteremo alla prova, per vedere se essi faranno tutte le cose che il Signore loro Dio comanderà loro.” (Abrahamo 3:25) “Ecco, il Signore richiede il cuore e una mente ben disposta; e coloro che sono ben disposti e obbedienti mangeranno le buone cose della terra di Sion in questi ultimi giorni.” (DeA 64:34)

Amo obbedire al Signore e ai miei dirigenti. La mia vita è stata benedetta da tale obbedienza, anche e soprattutto nei momenti in cui la visione delle cose che avevo io non era quella che avevano loro. Sono lieto che in quei momenti ho scelto di mettere da parte le mie “giuste” argomentazioni per accettare con fede il consiglio, la guida e le richieste del Signore e dei Suoi servitori.

Il Signore ha grandi cose in serbo per ciascuno dei Suoi figli. Quando ci chiede di obbedire ai Suoi comandamenti o di rispettare le regole della missione — o anche solo di attenerci alle regole di un’attività, o di tagliarci la barba come nel caso di Ephraim Hanks — il Signore sta soltanto provando a creare le condizioni per “rivers[are] su di [noi] tanta benedizione, che non vi sia più dove riporla.” (Vedere Malachia 3:10–12)

                        
              

Anziano Alessandro Dini Ciacci

Settanta, Area Europa

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